LE
REGOLE DEL GIOCO
Il gioco, le regole,
il fiume, l’osteria, una piccola
introspezione nel mondo della pesca a mosca nelle sue
varie interpretazioni.
Quella sera di fine luglio
il caldo era così intenso da essere veramente insopportabile; seduto
con le gambe in acqua aspettavo i primi segnali di attività del
pesce che tardavano ad arrivare. Avevamo trascorso la giornata in una
blanda attesa in gran parte al riparo sotto un lungo porticato di un’osteria
in collina dove l’aria era piu’ fresca che giù nella
piana, ma non come il “bianco” che la cameriera serviva nelle
brocche trasparenti e appannate.
L’osteria è senz’altro la sede elettiva dei pescatori,
un luogo accogliente e informale dove puoi mangiare senza troppe pretese,
o puoi soltanto ordinare qualcosa per passare un’ora in compagnia
di voci sconosciute ascoltandone soltanto il suono e non le parole che
in questa atmosfera perdono molto del loro significato.
Comunque le voci dei miei amici erano troppo vicine e i toni troppo accesi
per essere ignorate, quindi mi misi ad ascoltare un po’ svogliato
cercando, per quanto possibile, di non rimanerne coinvolto.
In realtà più che di amici, termine di cui spesso si abusa,
si trattava di pescatori che avevo conosciuto tempo indietro e che mi
avevano invitato più volte a pescare nel loro fiume, fuori dai
consueti itinerari seguiti dai pescatori a mosca; ero molto curioso di
vedere questo corso d’acqua situato in una parte del nostro paese
più conosciuta per il mare e le vacanze che per fiumi e torrenti
che scendono dalle montagne.
IL GIOCO
Non è possibile nè immaginabile concepire un’attività
ludica senza regole, la regola appare come elemento imprescindibile sin
dalle prime e più elementari forme di gioco infantile dove un gruppo
di bambini che rincorrono una palla avvertono subito la necessità
di porre dei limiti alle loro aioni ed allo spazio utile.
La regola si pone quindi come fattore necessario e obbligante che, limitando
la completa libertà d’azione, rende il gioco socialmente
accettabile e singolarmente coinvolgente.
Anche la pesca sportiva, attività ludica per definiione,
è sottoposta a regolamenti e regole: i primi rappresentati da norme
legislative che obbligano il pescatore a rispettarle, le seconde appartenenti
ad un codice etico, trasmesso negli anni attraverso le varie forme di
istruzione e informazione (stampa, corsi, video, ecc.), che presenta limiti
e confini molto labili e sottili affidati alla sensibilità del
singolo e non all’azione repressiva della legge.
Nell’ampio panorama delle tecniche di pesca sportiva la pesca a
mosca si è sempre distinta per l’autodisciplina che ha caratteriato
l’azione di molti di coloro che la praticano.
Il codice etico della pesca a mosca riguarda, oltre ad un atteggiamento
favorevole al rispetto delle catture e dell’ambiente in generale,
anche le varie modalità applicative esistenti all’interno
di questa tecnica, tanto da aver generato correnti di pensiero definite
di “puristi” che vorrebbero limitare tale tecnica di pesca
al solo utilizzo di alcuni artificiali e alcune attrezzature ad esclusione
di altre che pure le appartengono a tutti gli effetti.
Generalmente l’invettiva di queste fazioni “integraliste”
è rivolta al mondo della mosca sommersa, della ninfa piombata in
particolare, e ognuno di coloro che sente la necessità di esternare
al prossimo il suo personale codice etico possiede un proprio limite invalicabile
oltre il quale “non è più pesca a mosca”.
Tale limite può essere rappresentato dalla sola pesca a mosca secca
(i puri tra i puri), oppure può estendersi alla sommersa non piombata
e così via: il pescatore vede dissolvere così la propria
purezza alla stessa velocità con cui le proprie mosche affondano
nell’acqua. Inoltre va considerata in tutto questo che la pesca
a mosca oggi non è più la tecnica finalizzata alla sola
cattura dei salmonidi, prede storiche del fly angler, ma i suoi orizzonti
si sono allargati a tal punto che con canna e coda di topo si possono
catturare specie ittiche un tempo assolutamente impensabili in acqua dolce
come in mare.
Questo ha portato nel mondo della mosca, chiuso sino a qualche anno fà
nella propria tradizione anglosassone, un vero e proprio ciclone che ha
scosso fino alle fondamenta gli ambienti più radicali: canne dalla
potenza incalcolabile, code che affondano come piombi e gli artificiali:
il mondo della fantasia e della creatività ha portato un turbinio
di forme, dimensioni e colori in netto contrasto con la sobria ed elegante
realizzazione di una Gordon Quill in versione originale. Questo ampliamento
delle possibilità applicative ha inesorabilmente determinato un
cambiamento anche di atteggiamento nei confronti della pesca a mosca:
alla figura del pescatore che, seduto sulla riva, aspetta le prime bollate
della sera fumando tranquillo la sua pipa si è affiancata quella
di colui che parte al mattino presto con la barca e diversi sacchi di
sarde congelate da mettere in acqua per attirare il branco di sgombri.
Anche questa è pesca a mosca?
Troppe volte ho sentito questa frase e visto i pescatori schierarsi da
una parte o dall’altra. Non so e non voglio dare un giudizio in
merito, vorrei soltanto dire che in un mondo dove tutto evolve ad una
velocità vertiginosa, sia nei processi tecnologici che nel pensiero
socio/filosofico non possiamo pretendere che la pesca con la mosca resti
ancorata a concetti e regole di oltre un secolo fà quando ancora
gli schiavi raccoglievano il cotone e alle donne non era concesso il voto.
Il gioco è fatto da una canna da pesca che flette con il carico
di una lena pesante alla cui estremità è legata un’esca
artificiale simulacro di una forma di vita, di morte o anche di nulla.
LE REGOLE
Per sua natura il pescatore a mosca ama complicarsi la vita. Forse la
difficoltà, il perfezionismo, a volte l’esasperazione sono
elementi che insieme all’innegabile bellezza di questa tecnica concorrono
a generare nel profondo del nostro animo una passione così forte
da non abbandonarci per tutta la vita.
La difficoltà è quindi una componente importante che conferisce
interesse e nello stesso tempo opera una selezione a vantaggio non dei
più“bravi” ma essenzialmente dei più tenaci,
di coloro che non si arrendono di fronte alle prime difficoltà,
di fronte a questa coda di topo che non ne vuol sapere di distendersi,
a questa mosca che rimane agganciata al terminale, ai continui rifiuti
di quella trota o peggio alla sua completa indifferenza, a quell’ultimo
maledetto metro che ti separa dalla bollata che non riesci a raggiungere.
Quante serate, quanti viaggi, quante volte mi sono trovato solo, sena
saper trovare una soluzione ai tanti problemi che di volta in volta ero
costretto ad affrontare, quante volte ho detto basta tornando a casa pensando
comunque a quando potevo tornare a provare ancora.
La pesca con la mosca, come tutte le attività che prevedono una
gestualità motoria complessa, obbedisce a certe regole che è
necessario conoscere bene per poterla praticare con successo, per essere
in grado di affrontare le diverse situazioni che possiamo incontrare.
Conoscenza della corretta tecnica di lancio e delle tecniche di pesca,
delle attrezzature e degli equilibri relativi al loro utilizzo, conoscenza
delle abitudini dei pesci e del loro habitat, saper riconoscere gli insetti
nei loro vari stadi evolutivi, conoscere l’immenso mondo degli artificiali
ed il loro impiego specifico. Tutto questo può essere fatto a diversi
livelli: dalla minima informazione di base necessaria per orientarsi in
questa tecnica, allo studio approfondito dei vari settori che la compongono:
ciascuno deve avere la libertà di potersi esprimere dove e come
ritiene più opportuno senza per questo essere tacciato di inettitudine
o mediocrità.
Le regole a questo punto tendono a suddividere i pescatori a mosca in
diversi gruppi in base alle singole preferene o se preferite priorità
ed ognuno è in genere pronto a giurare che quella è la cosa
più importante intorno alla quale ruota tutto il gioco; inoltre
il pescatore a mosca, italiano in particolare, per complicarsi la vita
appunto, è solito abbracciare in modo assoluto e totalizzante teorie,
tecniche e mode varie che rendono questo singolare mondo di regole soggetto
a infinite interpretazioni e a molte eccezioni.
Può succedere quindi che qualche volta si possa perdere di vista
l’obiettivo originario che è e resta la pesca per seguire
percorsi tecnici razionalmente non idonei a quella circostanza, oppure
voler a tutti i costi applicare la propria tecnica e la propria attrezzatura
anche quando queste servono soltanto a ... complicarsi la vita.
L’OSTERIA
Generalmente dopo alcuni bicchieri di vino le discussioni possono cessare
o animarsi notevolmente ... dipende; in questo caso i miei amici avevano
gettato le basi per la realizzazione di un piccolo “conclave”
in quanto erano rappresentate quasi tutte le tendenze esistenti, per raccontarle
usero’ alcuni “nickname” rendendo la cosa meno riconoscibile
e più aderente alle moderne tendenze.
M.F.H.: “Vedete, miei cari, si fa un bel dire al riguardo della
tecnica di lancio, delle canne e delle attrezzature varie, per carità
sono tutte cose importanti. Ci mancherebbe! Ma quando ci troviamo di fronte
a una bella trota che sta bollando regolarmente, qual è la cosa
più importante per prenderla? Ah, non risponde nessuno ora! Ve
lo dico io allora: si deve capire che cosa sta mangiando e presentargli
l’imitazione esatta di questo. Qualunque cosa essa sia: più
la mosca assomiglia al naturale, più la trota la scambia per una
cosa vera, la mangia e noi la prendiamo. A cosa serve saper lanciare a
trenta metri se non riusciamo a capire “cosa” lanciare a quella
distanza e perchè? I pesci mangiano le mosche, non i lanci, la
canne, o quant’altro; io non sono mai stato un bravo lanciatore,
questo voi lo sapete bene, ma le mie trote le ho sempre prese, non potete
negarlo, con un pò di pratica prima o poi la mosca dalle parti
del pesce riusciamo a mettercela tutti. L’essenza della pesca a
mosca è studiare gli insetti, saperli riconoscere e classificare,
e soprattutto saper costruire le nostre imitazioni tenendo conto di tutto
questo. Vuoi mettere la soddisfazione derivante dalla cattura di una trota
con la mosca che ti sei costruito studiando l’insetto cui si riferisce!!!”
Stranamente la discussione aveva preso un andamento basato su una grande
civiltà e rispetto delle altrui opinioni per cui F.M.H. riuscì
a terminare il suo pensiero senza essere interrotto, almeno credo, perchè
a questo punto prese improvvisamente la parola un altro personaggio.
Magister ludi: “Non sono affatto d’accordo! Non è vero
che l’imitazione esatta sia la chiave del successo. Anzi! Spesso
i pesci mangiano mosche che non assomigliano a niente, sono soltanto un
insieme di piume colorate, eppure queste mosche catturano, eccome catturano.
Come lo spiegate questo? L’importante è presentare la mosca
perfettamente, davanti alla bocca del pesce e questo mangia qualunque
cosa. Tutto ruota intorno al lancio! Cosa te ne fai di migliaia di bellissime
mosche, perfette, curatissime nei minimi dettagli se non riesci a farle
“pescare” correttamente, se non riesci a raggiungere la distanza
necessaria, se le lasci dragare ad ogni passaggio. Con la mia tecnica
riesco a mettere la mosca negli spazi più angusti dove la trota
crede di essere al riparo dalle fregature e abbocca più facilmente;
per ogni posto, anche il più difficile e complicato, esiste il
lancio giusto! La tecnica di lancio èun’arma dall’efficacia
micidiale, ma bisogna conoscerla, ènecessario allenarsi, spesso
dimenticando le catture per ottenere il lancio che volevamo.
Ebbene voglio farvi una confidenza, l’altro giorno ero in un bel
raschio e stavo provando a lanciare la mosca sotto alcuni lunghi rami
nell’altra sponda, in verità avevo già perso cinque
o sei mosche, ma la coda non si distendeva esattamente come volevo io
e a forza di provare, riprovare e attaccare mosche sui rami èarrivata
la notte e non ho neppure guardato se più in giù bollava
qualcosa. Ma è stato meglio così, almeno non mi sono distratto
e sono riuscito a lanciare in pace. La vera evoluzione della pesca a mosca
è nella tecnica di lancio, tutto il resto appartiene al passato.”
Le parole di Magister Ludi risuonarono a lungo per l’osteria, dove
era improvvisamente calato il silenzio, come severo monito per tutti e
di tanto in tanto qualcuno si guardava alle spalle sentendosi “inseguito”
dai suoi loop troppo ampi e fuori moda.
Ripresosi dallo stupore Mr.Hatch, che finora aveva ascoltato con molta
attenzione, si girò sulla sedia per guardare verso gli altri tavoli,
visto che nel frattempo la platea si era allargata a tutti: “Evoluzione,
progresso, ricerca tecnologica, aumento delle prestazioni ... la pesca
a mosca è forse un mondiale di Formula Uno? Canne sempre piu’
leggere e sempre più rapide, code ad altissimo galleggiamento e
scorrevolezza, mosche sempre più piccole costruite con nuovissimi
materiali sintetici immessi sul mercato alla velocità della luce,
ma siete proprio sicuri che si tratti di progresso? Siete proprio sicuri
che tutto questo non allontani il pescatore dai veri valori e dalle tradizioni
che hanno sempre caratterizzato questa tecnica? Cos’è la
pesca a mosca se non il perpetuarsi della sottile sfida fatta di inganni
tra pescatore e pesce, sfida dalla quale riusciamo a trarre il piacere
da sensazioni che ci arrivano attraverso la sensibilita’ degli attrezzi
utilizzati unita a quella del nostro animo. Non credo che il pescatore
debba diventare una macchina da catture, non credo che questo sia stato
lo spirito che ha mosso le grandi figure del passato che hanno fatto la
storia della nostra arte che noi dobbiamo conoscere e alle quali ci dobbiamo
ispirare. Grafiti ad altissimo modulo ... ma volete mettere la differenza
tra queste e il fascino di una canna in legno dalla dolce a e arrendevole
azione che flette ad ogni piccola pressione della mano? E poi con il pesce
in canna? Non ne parliamo neppure!”
“Sì, d’accordo le canne, ne avrò più
di qualche decina, le mosche, forse diverse migliaia, la tecnica tutto
ciò che volete ... ma dove andiamo a pescare?” Marc 0’Polo,
accendendosi l’ennesima sigaretta, si alzò addirittura in
piedi come si fà in genere per tenere un discorso importante. “Ma
vi siete accorti che di acque valide da pescare ve ne sono sempre di meno?
Qui da noi di pesci degni di questo nome quanti se ne prendono ogni stagione?
E poi, quelli che si prendono sono quasi sempre di immissione: io non
riesco quasi più a pescare qui in Italia, e neanche l’Austria
e la Slovenia, dove un tempo ti potevi divertire, sono più come
una volta. Ormai per pescare è necessario l’aereo: Alaska,
Caraibi, Patagonia, Russia, questa è la vera dimensione della pesca
a mosca nel Terzo Millennio!” Una voce tentò di obiettare
che forse questo non era il modo corretto per affrontare la realtà
della pesca nelle nostre acque e che forse questo era un modo per fuggire
dai problemi senza neanche tentare di risolverli, a tutti piace viaggiare
ed è bello ed importante farlo, ma abbiamo tutti il dovere di contribuire
alla salvaguardia del patrimonio ittico e ambientale.
Marc O’Polo si sedette, turbato da quelle parole pronunciate da
una voce misteriosa che sembrava appartenere a nessuno dei presenti.
IL FIUME
Una leggera brezza spirava già da qualche istante a mitigare quella
calda sera di fine luglio, le prime effimere stavano lasciando la superficie
del fiume per alzarsi in volo attratte forse dagli ultimi bagliori di
luce, volgendo la sguardo verso valle due figure di pescatori si stagliavano
in controluce, si spostavano adagio con l’acqua quasi alla vita,
l’uno verso l’altro, li riconobbi subito: M.F.H. con un braccio
proteso in avanti, pollice e indice uniti, offriva una mosca a Magister
Ludi che, dopo averla osservata per un istante, ringraziava con un cenno
del capo.

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