LA NINFA A VISTA
Una tecnica di grande
efficacia che consente di essere “in pesca” anche in momenti
lontani dalle schiuse e che offre, inalterati, quegli elementi di coinvolgimento
e spettacolarità propri della pesca in superficie.
Nonostante l'incessante
pioggia che ci accompagnò per tutto il viaggio, impiegammo le solite
cinque ore per arrivare al confine con l’Austria che, come al solito,
apparve come la porta d’ingresso verso un mondo incantato, dove
ci si aspetta di incontrare, ai bordi dell’autostrada, Heidi che
passeggia tranquilla tenuta per mano da suo nonno.
In effetti lo stacco paesaggistico è notevole: le case, i prati,
i piccoli villaggi, l’ordine assoluto che regna ovunque dai vasi
di gerani sui balconi alle cataste di legna con i loro incastri perfetti,
la completa assenza di anima viva ( dove c...o stanno di giorno gli Austriaci
), segnano il notevole contrasto con le nostre belle baracche di lamiera
di fianco alle case, le macchine in demolizione adibite a pollaio e le
tettoie per gli attrezzi ricavate dai cartelloni pubblicitari stradali.
Le ultime luci del giorno rendevano l’atmosfera ancor più
ricca di fascino; la pioggia si era trasformata in un leggero pulviscolo
che si andava sempre più rarefacendo creando stupendi giochi di
colore.
Passando sopra ai soliti ponti era possibile ancora vedere il corso d'acqua
sottostante e soprattutto controllarne il livello che comunque sembrava
buono in quasi tutti i casi.
Le indicazioni forniteci prima della partenza erano sin troppo chiare:
“subito dopo l’uscita dall’autostrada a destra, proseguite
sino al primo paesino e subito dopo troverete sulla sinistra l’albergo
- non potete sbagliare – “.
Il suono di queste ultime parole continuava insistentemente a riecheggiare
nella mia mente dopo che, per la quinta volta, rigiravamo la macchina
per ripercorrere il tratto di strada dove si supponeva trovarsi l’albergo.
L’inevitabile clima di nervosismo, leggero ed implacabile, iniziò
a serpeggiare nell`auto: erano le 23:00 e l`ipotesi di una notte da passare
in macchina prendeva sempre più forma, finchè, volgendo
casualmente lo sguardo verso uno dei tanti casolari nel momento in cui
aprivano una finestra, ci rendemmo conto che quello non poteva che essere
il nostro albergo; all’esterno nessuna insegna, nessun indizio,
niente che poteva venire in nostro aiuto.
In effetti, guardando con attenzione, di giorno, al disopra della porta
di ingresso principale, c’era una specie di piccola insegna posta
perpendicolarmente al muro, ma riuscire a vederla di notte era veramente
difficile.
Contrariamente al solito, arrivai sul fiume piuttosto presto trovandolo
coperto da un sottile strato di nebbia che lo teneva totalmente nascosto
ai miei occhi, il rumore, a volte più intenso, della lenta corrente
giungeva come attenuato integrandosi perfettamente nella magia del momento.
A volte trovo difficile non fermarmi ad ascoltare, distante dalle consuete
“incombenze” da pescatore, il suono del lento fluire delle
acque: sono momenti, sempre più rari, in cui è possibile
sorprendersi totalmente immersi in noi stessi, lontani dal quotidiano
essere, ritrovandosi per un attimo in una dimensione che purtroppo non
ci appartiene più.
“Bollano ?”...
il “quotidiano” si manifestò con la consueta domanda
dalla risposta sin troppo scontata (c’è sempre qualcuno che
rompe, anche quando sembrerebbe impossibile ), in effetti non c’era
attività in superficie, anche se spesso mi dicono che al mattino
è facile trovare pesci che si cibano di piccole spent o altro,
e quindi, rotto l’incantesimo, mi incamminai lungo la riva per vedere
cosa si poteva fare.
Il fiume, dalle caratteristiche tipiche di un “chalk strema”
( anche se ormai si usa questo termine, dal significato preciso, per definire
un qualsiasi tratto di fiume dalla corrente lenta e regolare ) di medie
dimensioni, scorreva in una vallata piuttosto ampia, la scarsa presenza
di alberi lungo il suo corso lo rende molto luminoso; nelle lunghe piane,
spesso interrotte da brevi turbolenze dovute alla consistente presenza
di erbai, non si vedevano bollate.
Con il calore del mattino la nebbia si era dissolta e la giornata prometteva
cielo sereno che, specialmente in estate, non è proprio il massimo;
purtroppo il pescatore a mosca, perfezionista per definizione, trova sempre
qualcosa che non è come dovrebbe essere: il cielo deve essere coperto,
la pioggia però dà fastidio, il vento, la temperatura nè
troppo calda nè troppo fredda, le schiuse ( sono necessarie ma
con troppe mosche i pesci diventano difficili da catturare ) e tutta una
lunga serie di lamentele che fanno comunque parte della coreografia della
pesca a mosca e che sono comunque necessarie per razionalizzare una cosa
che spesso e per fortuna di razionale ha ben poco.
Osservando con attenzione era comunque possibile vedere di tanto in tanto
alcuni pesci ( trote, ma anche qualche temolo ) in attività sotto
la superficie, soprattutto a valle dei banchi di erbe, intenti a cibarsi
di ninfe o gamberetti trasportati dalla corrente, presenti in notevole
quantità negli erbai.
Dopo aver effettuato alcuni
passaggi con mosche galleggianti, tanto per provare, senza ottenere alcun
risultato, decisi di optare per la pesca con la ninfa che sicuramente
in questi casi si rivela l’unica tecnica in grado garantirci buone
possibità di successo in particolare in ambienti come questo dove
il pesce difficilmente salirà su una mosca secca se non c'è
una schiusa in atto o comunque non è in attività in superficie.
La pesca nei “chalk
strema”, e in genere nei fiumi di buone dimensioni ricchi di macrofauna
bentonica,
è molto legata all'attività del pesce, questo significa
che, a differenza di un torrente dove è possibile pescare con ottime
possibilità a secca anche in assenza di bollate ( comunque se bollano
è meglio ), ci si deve sempre attenere al tipo di attività
alimentare che le trote ( dico trote in senso generico e per affinità
personale ) manifestano in quel momento.
La ricchezzza di alimento offerta da queste acque non obbliga il pesce
ad una continua ricerca, rendendolo peraltro meno vulnerabile, concedendogli
la possibilità di lunghe pause, nascosti nelle loro tane, in attesa
del momento buono per uscire allo scoperto.
Questi lunghi periodi di riposo, la grande massa di invertebrati a disposizione,
uniti alla scarsità di piene e ad una temperatura dell’acqua
costante, hanno reso alcuni fiumi celebri per la taglia dei loro pesci
dovuta soprattutto ad un rapido accrescimento.
Il Traun austriaco, il Gacka in Croazia, il Test inglese, la Loue in Francia
insieme al Rio Orbigo spagnolo e al “nostro” Sangro sono sicuramente
fiumi che rappresentano un mito per i pescatori a mosca di tutto il mondo.
La loro fama è sicuramente dovuta anche ai numerosi fatti o leggende
narrate, accadute o meno in passato, ed ai numerosi personaggi che hanno
legato la proppria vita di pescatori, o parte di essa, a questi straordinari
corsi d'acqua : F.Halford, H. Gebetsroiter, C. Ritz, De Boisset per citarne
soltanto alcuni, tra i più famosi, hanno “scritto”
la storia della pesca a mosca sulle rive di questi fiumi.
La grossa trota si era posizionata a “mezz’acqua”, al
centro di un’ampia pozza, situata in mezzo ad un’ enorme erbaio;
di tanto in tanto effettuava lievi spostamenti laterali arretrando leggermente
per ristabilirsi sempre nello stesso punto.
La profondità doveva essere intorno al metro, data la particolare
trasparenza dell'acqua era possibile a volte vedere la sua bocca aprirsi
su invisibili prede.
Legai al finale una G.R.H.E. su amo del quattordici leggermente appesantita
ed iniziai a lanciare discretamente a monte della trota per permettere
all'artificiale di affondare sino alla profondità necessaria; nei
primi due lanci non accadde nulla, al terzo passaggio vidi la trota scartare
con decisione a destra; l’immediata ferrata mi confermò che
aveva preso la mia mosca.
Questa tecnica di pesca è sicuramente, tra quelle che prevedono
l’impiego di mosche sommerse, quella
che riesce a coinvolgermi maggiormente in quanto consente un continuo
contatto con il pesce e conserva molti aspetti di spettacolarità
propri della pesca in superficie.
Purtroppo non è di facile realizzazione in quanto necessita innanzi
tutto di acque molto trasparenti e poco increspate per avere la possibilità
di localizzare la preda e secondariamente di poterla insidiare correttamente.
La visibilità è un elemento di importanza primaria ( altrimenti
non sarebbe ”a vista” ) e per aumentarla è utile, se
non idispensabile, l’uso di occhiali polarizzanti che eliminano
i riflessi della luce che a volte rende la superfice dell’acqua
simile ad uno specchio, in casi di scarsa luminosità l’utilizzo
di lenti di colorte giallo ci agevolerà notevolmente.
LA TECNICA
La differenza fondamentale quindi tra questo tipo di pesca e le altre
tecniche “a ninfa” è nel vedere tutto ciò che
accade prima, durante e dopo il lancio, quindi la stessa abboccata viene
seguita direttamente dal pescatore.
L‘attrezzatura da utilizzare non si discosta molto da quella per
la mosca secca e varia a seconda del peso delle ninfe che dovremo lanciare
: una canna lunga 8'6" - 9' in grado di lanciare una coda 5/6 andrà
sicuramente benissimo.
La prima difficoltà che incontreremo sarà la valutazione
della profondità di stazionamento del pesce in relazione alla velocità
della corrente: la combinazione di questi due fattori determinerà
quanto lanciare la nostra ninfa a monte del pesce. Ovviamente aumentando
la velocità della corrente avremo bisogno di maggiore spazio per
far affondare l`artificiale.
In questa valutazione gioca un ruolo determinante il peso della ninfa
che faciliterà o meno un affondamento rapido; questo è legato
molto anche alla dimensione dell`artificiale, ma come tutti sappiamo non
è sempre (quasi mai) possibile pescare con le mosche che più
convengono, ma la scelta deve sempre ricadere su modelli che imitano l’interesse
alimentare del pesce in quel momento: non potremo quindi legare al nostro
finale una ninfa di stone fly su amo del 4 per insidiare una trota che
si sta cibando di piccole ninfe di baetidi.
In una situazione del genere il nostro problema quindi sara` quello di
portare il nostro piccolo artificiale a portata di “bocca”
del pesce: una posa morbida, con finale non completamente disteso, aiuterà
sicuramente a vincere la tensione superficiale dell’acqua che si
oppone all’affondamento del nylon e quindi della mosca. A volte
l'utilizzo di code di topo sinking tip può venirci in aiuto, ma
non sempre è possibile ricorrervi, specialmente in ambienti ricchi
di erbai dove l'affondamento della ninfa deve avvenire in modo verticale.
In questi casi oltre all’appesantimento dell’artificiale (che
comunque dovrà restare proporzionato alle sue dimensioni per non
modificarne la silouette ) potremo agire sul finale, tenendo presente
che finali con punte lunghe e sottili favoriscono l`affondamento.
Il lancio di una ninfa, anche se di peso contenuto, differisce abbastanza
da quello di una comune mosca secca essenzialmente questa differenza è
determinata dal peso che, durante i falsi lanci squilibra notevolmente
la distensione della coda alterando il timing che dovrà essere
di volta in volta adattato.
Il maggior disagio si avverte nei primissimi volteggi cioè si avranno
le maggiori difficoltà a far uscire i primi metri di coda, poi
vedremo che, allungando il lancio, il tutto sarà migliorato e quella
sgradevole sensazione di vuoto attutita.
Il peso della coda gioca un ruolo determinante: con code leggere questo
problema verrà sicuramente amplificato, così come utilizzando
finali molto lunghi che spesso purtroppo sono necessari.
In considerazione di tutto questo ci rtendiamo facilmente conto di quanto
sia importante ridurre al minimo il numero dei falsi lanci, durante la
loro esecuzione, inoltre, dovremo cercare di applicare la spinta in modo
molto progressivo, senza arresti bruschi, per ridurre al minimo l’effetto
dei contraccolpi in fase di distensione.
Il loop dovrà essere un po’ più ampio del normale
e l’allineamento della coda non perfettamente sovrapposto (soprattutto
con gli artificiali più pesanti per evitare di battere la mosca
sul vettino). Un lancio importante è senz’altro il roller,
che elimina molti dei problemi elencati, non prevedendo una fase aerea,
anche se a volte risulta carente in precisione e silenziosità.
Come abbiamo già detto, è elemento di importanza primaria,
la costante visione del pesce che stiamo insidiando: dal momento in cui
la mosca inizia a scendere con la corrente dovremo costantemente osservare
ogni suo movimento per cogliere l’attimo in cui ferrare.
Se, come accade nella maggior parte dei casi, non riusciamo a vedere il
nostro artificiale, dovremo comunque immaginarne il tragitto e valutare
il momento in cui esso giunge nelle vicinanze del pesce: vedendolo spostarsi,
scartare, salire leggermente, dovremo rispondere con la ferrata immediata.
Ma non è detto che abbia prteso la nostra mosca, per cui può
accadere di ferrare a vuoto.
A volte, in circostanze particolarmente favorevoli e utilizzando ninfe
molto visibili, è possibile seguire con lo sguardo l’artificiale
avvicinarsi alla trota e vederlo scomparire nella bocca spalancata: è
una esperienza che ci farà dimenticare sicuramente la salita su
una dry fly.
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