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LANCIO E DINTORNI prima parte
Non so quanti di voi,
dovendo scegliere tra un lancio perfetto seguito da un rifiuto e una bella
trota catturata con un lancio approssimativo e un po’ di fortuna
sceglierebbero la prima opzione tenendo conto che alla fine siamo pur
sempre pescatori e quindi come tali restiamo giustamente legati alla cattura
fine ultimo, ma non unico della nostra azione sul fiume.
Capita a volte che il profumo
di una bella e promettente giornata di pesca inizia a farsi sentire subito,
appena iniziamo ad infilare la coda tra gli anelli della canna senza la
fretta che purtroppo spesso ci fa perdere il piacere che deriva anche
da queste piccole e se vogliamo banali incombenze, magari proprio quel
giorno avevamo deciso di usare la vecchia canna in bambù che tante
volte ci eravamo ripromessi di tirare fuori dall’armadio, ma che
alla fine avevamo sempre lasciato a casa: è pesante, delicata e
poi le prestazioni non sono paragonabili a quelle della grafite …
e poi se tira anche un po’ di vento?
Anche la vecchia custodia in tela, con il calore del tiepido sole primaverile,
emana un profumo antico che avevamo quasi dimenticato e che ora riporta
indietro nel tempo facendo rivivere momenti ed emozioni che credevamo
di aver definitivamente dimenticato: quella trota, bella ma non enorme,
che di sera bollava a lato della corrente, sempre lì accanto al
cespuglio… la mosca dragava appena toccava l’acqua con il
terminale rigorosamente a nodi lungo m.2,20 come consigliavano i manuali
in voga a quel tempo e per prenderla credo di aver avuto forse un po’
di abilità, ma anche molta fortuna.
Il catch and release era ancora sconosciuto in quegli anni, la ricordo
ancora appoggiata sulla fine ghiaia nel greto del fiume, certo non in
posa per la foto prima del rilascio, uccidere un bel pesce era una cosa
normale, ma quella volta lo feci con estrema riluttanza, quasi per abitudine
e tornando a casa ripensai alle belle serate trascorse aspettando che
iniziasse a bollare, alla sfida continua, agli innumerevoli rifiuti, al
timore di non ritrovarla perché qualcuno poteva averla presa …
confesso di non essere stato contento di me stesso quella sera e per la
prima volta ebbi la percezione di aver tolto qualcosa per sempre, provai
la sensazione di aver rotto il giocattolo più bello: domani, accanto
al cespuglio, non l’avrei trovata in attesa delle prime effimere
della sera.
Nonostante la situazione delle acque da salmonidi fosse in quegli anni
molto migliore di quella attuale, con una tecnica di lancio approssimativa
e una attrezzatura non certo improntata al massimo dell’efficienza,
avevamo non pochi problemi a catturare le numerose trote che bollavano
allegramente nel calde serate estive, problemi derivanti essenzialmente
dalla mancata presa di coscienza della reale importanza che assume l’insieme
dell’attrezzatura supportata da un’efficiente tecnica di lancio.
La ricerca e di conseguenza l’invettiva negli insuccessi è
stata a lungo rivolta in modo esclusivo o quasi all’artificiale
senza considerare che questo non viaggia in acqua libero come un insetto
vero, ma essendo vincolato ad una lenza ne subisce gli effetti negativi
nel suo discendere verso valle: il dragaggio per esempio, nella sua estrema
negatività, era preso poco in considerazione e sempre considerato
come una realtà insuperabile , una punizione divina alla quale
si doveva sottostare.
Ricordo ancora le parole di un vecchio pescatore a mosca, forse uno dei
primi che ho conosciuto, che mi esortavano a lasciar perdere alcune trote
di buona taglia che bollavano in un tratto di acqua lentissima dietro
alla corrente: “Tanto la mosca lì ti draga subito, non te
la prenderanno mai!” e mi consigliava di pescare in un tratto di
fiume più uniforme; aveva capito il problema, ma non c’era
ancora la coscienza, la maturità tecnica e gli strumenti per tentare
di risolverlo… o forse quelle trote voleva prendere lui?
Il lancio: una tecnica
fine a se stessa?
Forse un tempo la bibliografia relativa alla pesca a mosca era orientata
prevalentemente nella ricerca e nello studio degli artificiali, nella
loro realizzazione, i materiali da utilizzare, gli insetti e la loro classificazione,
insomma tutto quello che ruotava intorno all’imitazione e poco circa
le modalità per proporre la stessa al pesce.
La tecnica di lancio non sembrava riscuotere particolare interesse quindi
la sua evoluzione rimaneva difficile se non impossibile, affidata essenzialmente
all’iniziativa e alle capacità tecniche di pochi personaggi,
istintivamente grandi lanciatori , ma che non hanno saputo o voluto teorizzare
il proprio modo di interpretare il lancio impedendone quindi la divulgazione.
Con il passare del tempo, e soprattutto grazie alla sensibilità
dimostrata dal mondo della mosca, la tecnica di lancio ha compiuto, soprattutto
negli ultimi anni, una notevole crescita sia sotto il profilo evolutivo,
che soprattutto relativamente alla sua diffusione: una nuova coscienza,
un nuovo atteggiamento, una nuova era quindi si è delineata nei
confronti di questo aspetto a dir poco essenziale della pesca a mosca.
Non credo di esagerare definendo questo periodo estremamente eccitante
e coinvolgente soprattutto per coloro che come me sono sempre stati attratti
da tutto ciò che è possibile realizzare con una coda di
topo che volteggia nell’aria.
Questo nuovo interesse per il lancio ha creato le condizioni per la nascita
di numerose scuole in Italia dove si è cercato di dare un’interpretazione
particolare della tecnica esaltandone alcuni aspetti.
Come in genere accade in tutti i fenomeni di questo genere si verifica
una crescita esponenziale per cui le stesse scuole nate per un’esigenza
essenzialmente didattica, si trasformano in un potente veicolo di diffusione
dello stile e delle modalità interpretative insegnate creando oltre
a molti buoni lanciatori anche numerosi “seguaci” che spesso
si trasformano a loro volta in istruttori che a volte sentono il bisogno
di creare una loro scuola per necessità tecniche o voglia di protagonismo.
Fenomeno tipicamente italiano?
Forse.
Di fatto nel nostro paese il livello tecnico medio di lancio è
sicuramente tra i più elevati e per rendersene conto basta frequentare
oltre a fiumi e torrenti, fiere, esposizioni, raduni di pescatori etc…
dove nelle immancabili casting pool si assiste agli interminabili test
di nuovi e vecchi modelli di canne che si rivelano quasi sempre vetrine
per mostrare a tutti la propria abilità.
Un’alta capacità tecnica porta inevitabilmente una ricerca
di perfezionismo che può degenerare nell’esasperazione del
gesto tecnico finalizzato nel raggiungimento di obiettivi a volte poco
affini alle necessità della pesca. Anzi a volte tale finalità
si possono porre addirittura in netto contrasto con quanto una corretta
tecnica di lancio a ancor di più il buon senso dovrebbero lasciar
intendere.
Esasperazione nell’inseguire sottigliezze, nel correggere minime
imperfezioni, nel realizzare lanci che spesso non si capisce bene a cosa
realmente servano, esasperazione nel raggiungimento a tutti i costi del
famigerato e ancora non ben definito “tutta coda”.
Perché tutto questo? La domanda a questo punto credo essere più
che lecita anche perché non dimentichiamo che stiamo comunque trattando
una disciplina (termine orribile) che ha come finalità la pesca,
quella pratica, sul fiume, lago, mare etc. possibilmente con un pesce
che dovrebbe abboccare alla nostra esca.
Nel mondo dello sport, in particolare negli sport di prestazione, la ricerca
nell’affinamento della tecnica di esecuzione delle varie gestualità,
ha come fine il miglioramento della performance (tempo, distanza, etc.)
inserito in una logica essenzialmente competitiva, senza la quale non
avrebbe senso venendo meno le necessarie motivazioni.
Sono assolutamente convinto che anche nella nostra attività, la
pesca a mosca, sono necessarie forti motivazioni per ottenere miglioramenti
significativi del proprio livello tecnico, motivazioni che sono comunque
legate essenzialmente alla pesca quindi a una maggiore efficacia della
nostra azione: il lancio, il gesto tecnico, è di per sé
alcune volte motivo di gratificazione quando ben eseguito e soprattutto
quando tutto si svolge secondo quanto avevamo pensato, quando la canna
e la coda diventano oggetti che fluttuano al ritmo del nostro spirito.
Tutto questo è molto bello, è vero, ma anche molto pericoloso!
A volte l’attrazione per la bellezza, per l’estetica del movimento
può indurre ad un eccesso di narcisismo e, come Narciso, potremmo
rischiare di annegare nell’inseguire un’idea sempre più
astratta di bellezza della nostra immagine in movimento perdendo interesse
per la pesca: il lancio è uno strumento, un meraviglioso strumento.
La competizione
Anche il mondo della pesca a mosca ha scoperto presto la possibilità
di potersi confrontare utilizzando i propri attrezzi e la propria tecnica
dando così vita alle competizioni di lancio tecnico.
Per coloro che non hanno mai partecipato né assistito ad una di
queste gare diciamo subito che si tratta di una vera competizione sportiva
con tanto di arbitri, giuria, regolamento tecnico e ovviamente classifica
finale, il tutto inserito in un campo gara con spazi delimitati, pedane,
bersagli etc.
Le gare consistono in due diverse prove: distanza e precisione eseguite
con diverse modalità e con differenti limiti nelle attrezzature.
Cosa c’entra la pesca in tutto questo? Niente. O perlomeno quasi
niente nel senso che, a parte una certa affinità nella tecnica
generale di esecuzione, il tutto si svolge seguendo una logica basata
sul raggiungimento di obiettivi agonistici che non tengono minimamente
conto, di aspetti importantissimi della pesca, generando quindi una tecnica,
soprattutto nelle prove di precisione, molto diversa da quella da effettuare
in pesca.
La prova di distanza, soprattutto se eseguita con attrezzatura da pesca
che normalmente ha per limite AFTMA 6, si esprime seguendo criteri tecnici
del tutto simili ai lanci in doppia trazione facilitata dalla posizione
del lanciatore situato su una pedana alta circa 90 cm.
Come in tutte le attività sportive di natura agonistica il risultato
dipende molto, oltre che da una naturale attitudine, da una accurata preparazione,
curando in maniera dettagliata tutti gli aspetti che compongono un gesto
apparentemente semplice come il lancio in doppia trazione.
Allenamento specifico quindi e soprattutto finalizzato al raggiungimento
di un obiettivo che giustifica il tempo e l’impegno necessari per
ottenere risultati soddisfacenti.
Non dimentichiamo che 10/12 anni fa, in una qualsiasi gara nazionale,
con un lancio di 30 m. potevi realizzare anche la migliore prestazione,
mentre oggi la stessa performance è alla portata di molti e per
essere ai vertici devi aggiungere qualche metro che a parole sembra facile
ma nella pratica e in particolare in gara è un po’ più
complicato.
I progressi diventano sempre più difficili con l’aumento
del livello tecnico: l’incremento di un metro su una media di lancio
di 28/30 è una cosa, incrementare lo stesso metro su una media
di 32/34 necessita di una preparazione dieci volte superiore curando anche
i minimi dettagli.
Per completare questa brevissima parentesi sulle competizioni di lancio
dobbiamo introdurre anche la prova definita generalmente “distanza
libera” che si svolge utilizzando una coda di topo della lunghezza
di circa 15 mt. del peso non superiore ai 40 grammi.
In questa specialità vengono utilizzate canne della potenza almeno
AFTMA 11/12 oppure blank particolarmente potenti ( anche da spinning )
in grado di caricarsi e restituire l’energia con un simile peso,
l’azione e la potenza vengono individuate a seconda dello stile
di lancio e soprattutto delle capacità di spinta del lanciatore.
La tecnica utilizzata è abbastanza atipica in quanto la fase di
volteggio resta molto contenuta limitandosi a un paio di falsi lanci,
giusto per allineare e velocizzare una coda che sibila in aria come un
proiettile, tutto è concentrato nella spinta finale che avviene
con modalità molto diverse sia nell’intensità, sia
nella trazione che nell’angolazione di uscita; in ogni caso, anche
se trattasi di cosa diversa dalla pesca a mosca, anche le competizioni
credo abbiano contribuito a creare interesse nei confronti del lancio,
stimolando la ricerca e creando una buona opportunità per confrontarsi.
La scuola
L’insegnamento della pesca a mosca, quindi della tecnica di lancio,
è stato a lungo appannaggio quasi esclusivo di realtà locali:
club, associazioni di pescatori, negozi di pesca che soprattutto nei mesi
invernali tengono il corso di apprendimento dove vengono impartite le
nozioni necessarie per iniziare a pescare a mosca.
Tali iniziative quindi sono state a lungo l’unico veicolo di istruzione,
le uniche strutture cui far riferimento e dobbiamo riconoscere che da
questi corsi sono usciti numerosissimi e validi pescatori, molti di coloro
che vediamo oggi volteggiare una coda di topo lungo le rive di fiumi e
torrenti.
Dobbiamo giungere a circa quindici anni fa per avere una scuola, non so
se la prima in Italia, a livello nazionale, con un’organizzazione
e un programma tecnico definito: la SIM ispirata stilisticamente da Roberto
Pragliola e al suo modo di concepire il lancio definito TLT.
Senza entrare nel merito di questo stile di lancio e ai suoi contenuti
tecnici, una cosa è certa: la SIM è stata ed è tuttora
una struttura che ha dato molto alla diffusione della tecnica di lancio;
con i suoi limiti e forse anche con alcuni eccessi ha saputo creare e
trasmettere l’interesse che spetta al lancio, la voglia di spendere
tempo per migliorarsi.
Per chiarezza devo dire che non faccio più parte di questa scuola
da oltre dieci anni, ho fatto un preciso riferimento alla SIM soltanto
perché credo sia stato un fenomeno che nel bene e nel male ha stigmatizzato
il modo di lanciare di molti pescatori a mosca italiani negli ultimi dieci
anni, ma insieme a questa sono presenti nel nostro paese altre strutture,
che non sto a elencare, che presentano un’organizzazione valida
e uno staff di istruttori di tutto rispetto.
Nel mondo esistono molte scuole di lancio, con stili diversi, diversi
modi di applicare la tecnica, le stesse finalità a volte sembrano
seguire percorsi diversi che poi convergono tutti in un’unica direzione
quella di creare dei buoni pescatori, in grado di apprezzare le emozioni
che possono ancora regalare i nostri bistrattati corsi d’acqua.
Non credo che esista uno stile, o una tecnica se preferite, superiore
agli altri, non credo che sia corretto denigrare modi diversi di interpretare
il lancio rispetto al proprio, credo che la conoscenza sia l’unica
vera realtà superiore e chi sa difficilmente disprezza. Credo piuttosto
che ogni scuola, ogni stile di lancio abbiano nel proprio bagaglio tecnico
qualcosa di positivo cui ispirarsi per crescere e per avere una visione
il più possibile completa, senza presunzione e settarismo tipicamente
italiani.
Una cosa è certa: l’insegnamento di una qualsiasi attività
motoria è basato su due elementi la tecnica e la didattica; nel
programma di formazione degli istruttori di una scuola di lancio questi
due aspetti devono avere il giusto spazio tenendo conto che la prima è
costituita dalla materia, cioè cosa insegnare, mentre la seconda,
come insegnare, si presenta con contenuti meno definibili, utilizzando
strategie e percorsi spesso diversificati, adattandoli di volta in volta
a seconda delle esigenze e delle problematiche evidenziate in ogni singolo
caso, si tratta quindi di un momento fondamentale nel cammino di formazione
di un istruttore… forse a volte sottovalutato.
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