LANCIO E DINTORNI
parte seconda

Non so quanti di voi, dovendo scegliere tra un lancio perfetto seguito da un rifiuto e una bella trota catturata con un lancio approssimativo e un po’ di fortuna sceglierebbero la prima opzione tenendo conto che alla fine siamo pur sempre pescatori e quindi come tali restiamo giustamente legati alla cattura fine ultimo, ma non unico della nostra azione sul fiume.


Nel romanzo “Il gioco delle perle di vetro” lo scrittore tedesco H. Hesse, uno dei miei preferiti, riesce, grazie alle sue eccezionali doti di romanziere, a completare l’opera senza specificare né definire cosa sia realmente questo gioco su cui verte il suo voluminoso scritto, le sue regole, le sue finalità ed il ruolo del personaggio che viene presentato come l’ispiratore supremo dello stesso. A parte le interpretazioni di carattere metaforico riferite a problematiche legate all’esistenza umana che l’autore ha sicuramente voluto stimolare nel lettore, resta la netta sensazione di voler comprendere la natura di una cosa così a lungo descritta senza mai averla definita con esattezza; la stessa sensazione che a volte provo nel leggere alcuni scritti sul lancio: si descrive una cosa sin nelle più piccole e impercettibili sottigliezze senza averne mai messo a fuoco né spiegato gli obiettivi, le principali finalità che si vogliono ottenere attraverso l’insegnamento di questa tecnica e soprattutto le modalità per ottenerle.
Il progetto didattico quindi, che dovrebbe essere alla base di ogni forma di insegnamento, si pone come momento fondamentale che deve tener conto di due diverse realtà tra loro complementari: TECNICA CODIFICATA – ESIGENZE MOTORIE SPECIFICHE.
L’interazione fra questi due aspetti consente di utilizzare al meglio le potenzialità di ogni lanciatore senza costringerlo ad una gestualità obbligante ed eccessivamente rigorosa che trasforma tutti in tanti automi che si muovono sul fiume allo stesso modo, come tanti soldatini.
Ogni lanciatore possiede caratteristiche proprie derivanti dalla struttura fisica, dalla flessibilità articolare, dal tono muscolare, dalla forza, e caratteristiche psicologiche come il grado di emotività, l’apertura all’apprendimento, le esperienze di pesca, ecc. tutte cose che hanno la loro importanza e che quando possibile devono essere tenute presenti al momento di proporre i nostri interventi didattici.
Non è corretto quindi stabilire a priori una progressione didattica senza conoscere le esigenze dell’allievo, senza avere esaminato il suo modo di interpretare il lancio, senza aver compreso a grandi linee il suo carattere; in altre parole non è più possibile dire: “Si fa così e basta … guardate come lancio io e cercate di fare lo stesso”.
Con questa breve panoramica sul mondo dell’istruzione sulla pesca a mosca ho voluto esaminare le problematiche del lancio da un’angolazione diversa, non propriamente tecnica,( descrivendo cioè i movimenti ecc.), rivolta sia all’istruttore che a colui che decide di frequentare una scuola di pesca a mosca
L’ISTRUTTORE: UN LEADER O UN AMICO?
Nel corso del tempo con l’avvento delle moderne metodologie di insegnamento, la figura del docente, nell’accezione più vasta del termine, ha subito un processo per così dire di democratizzazione trasformando il rapporto insegnante- allievo rigidamente verticale in un modo se vogliamo più amichevole di rapportarsi togliendo questa figura dal piedistallo su cui era da sempre stata collocata.
Questa nuova ottica consente una maggiore facilità di comunicazione e soprattutto mette l’allievo a proprio agio eliminando tutte le tensioni che si possono creare in situazioni come queste.
Credo sia molto importante il modo come un istruttore si propone ai propri allievi, in particolare trovo sbagliato imporre la propria figura in modo prevaricante, ritenendo molto più produttivo stabilire un rapporto basato su questa linea: Sei qui per ottenere un risultato – Credo di avere i mezzi per aiutarti – Abbiamo bisogno entrambi della reciproca disponibilità per riuscire.
Un bravo istruttore, cosciente delle proprie capacità non ha bisogno di sentirsi leader per ottenere la fiducia e la stima dei propri allievi.
Alcune tra le più importanti scuole americane pongono come base per stabilire una comunicazione corretta la necessità di utilizzare per quanto possibile la comunicazione verbale, riservando la dimostrazione pratica soltanto quando strettamente necessario; togliere la canna dalle mani dell’allievo per dimostrare la corretta esecuzione dell’esercizio equivale a dire: “Tu non sei capace, guarda come si fa” che magari potrebbe anche essere vero, ma questo atteggiamento toglie fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, creando una situazione particolarmente inadatta all’apprendimento.
Questo non è che un esempio, un caso emblematico che ho voluto citare per definire un atteggiamento abbastanza diffuso nel mondo dell’apprendimento della tecnica di lancio.
Durante lo svolgimento del corso, l’istruttore deve tenere costantemente presente che al centro del processo didattico non c’è né la sua persona, né la tecnica di lancio, ma l’allievo, deve essere quindi la tecnica e la metodologia ad adattarsi ad esso e non viceversa.
STABILIRE IL CONTATTO
La tecnica di lancio possiede alcuni aspetti comuni a tutti gli stili e alle varie interpretazioni che possiamo trovare nelle diverse scuole di pesca a mosca.
Questi possono essere considerati i cardini, le basi su cui poggia tutto il sistema le cui possibili varianti ( definite appunto stili ) si differenziano essenzialmente nelle modalità applicative relative all’incremento percentuale di un elemento tecnico rispetto a un altro.
La relazione che stabiliamo con il mondo del lancio inizia nel momento in cui impugniamo la canna; questa rappresenta per il lanciatore molto più di uno strumento, è un veicolo attraverso cui possiamo esprimere la nostra volontà e da cui possiamo ricevere le informazioni per far si che il lancio si realizzi esattamente nel modo in cui lo avevamo pensato, dobbiamo quindi realizzare un contatto con la canna tale da poterci garantire questa circolazione di informazioni nei due sensi.
Mi rendo conto che non è semplice rendere comprensibile questo concetto ma immaginatevi con la canna in mano in procinto di effettuare un qualsiasi lancio: gli impulsi dal cervello giungono al braccio poi alla mano, quindi attraverso l’impugnatura alla canna che inizierà a flettere sotto il peso della coda e della quantità di energia impressa dal lanciatore. A questo primo passaggio di impulsi tra lanciatore e attrezzo segue immediatamente la risposta della canna che a sua volta invierà informazioni al lanciatore tali da consentirgli di modulare l’apporto di energia in base alle necessità del momento, azione della canna ecc. ( es. una spinta eccessiva o errata determina una flessione della canna non corretta che produrrà una risposta negativa nella distensione della coda ).
La percezione di queste informazioni viene generalmente definita sensibilità ed è la base per la costruzione dinamica di qualunque tipo di lancio: anche per la distanza.
La sensibilizzazione del progressivo caricamento della canna, dalla vetta ai gradi più bassi, e della quantità di forza necessaria ad ottenerla occupa uno spazio importante nella scansione degli esercizi sin dalle prime fasi di apprendimento ( e non soltanto in queste) in quanto non si tratta di un “gesto”, cioè di un’azione motoria compiuta che prevede la possibilità di interventi diretti di correzione, bensì dell’incremento di una abilità di natura sensoriale che si acquisisce attraverso l’esecuzione di esercizi specifici.
A cosa serve una rigorosa impostazione dei movimenti del tipo: “sollevare il braccio sino a …, abbassarlo fino a distenderlo, ecc. “ quando traspare chiaramente la totale mancanza di contatto tra lanciatore e attrezzo?
A cosa serve la figura dell’istruttore se costui si limita a riproporre sempre gli stessi gesti, le stesse progressioni, gli stessi esercizi?
Basterebbe a questo punto acquistare un qualunque manuale e seguirne figure e descrizioni!
La differenza non è molta.
LA METODOLOGIA DI INSEGNAMENTO: UNA REALTA’ VARIABILE
“Un grande lanciatore (così come un campione di qualunque altro sport) potrebbe non essere un buon istruttore, ma un buon istruttore sicuramente sarà anche un buon lanciatore”.
Questa frase ricorre frequentemente nella prefazione dei manualetti sportivi del tipo “ Tutto il tennis in dieci lezioni” oppure “ La pallavolo dalla A alla Z” e devo dire che sono sostanzialmente d’accordo perché a volte i grandi talenti, coloro che naturalmente riescono nell’esecuzione perfetta del gesto tecnico, non hanno mai avuto bisogno di percorrere il cammino dell’apprendimento, della comprensione degli errori e degli infiniti stratagemmi necessari per correggersi: spesso riescono senza neanche sapere bene come!
Con questo non voglio assolutamente dire che i grandi lanciatori non sono capaci ad insegnare e ogni incapace diventerà un buon istruttore … certamente no; però alcuni momenti di difficoltà e l’impegno necessario per superarli ti avvicinano molto alla condizione psicologica dell’allievo e in particolare ti obbligano a comprendere rapidamente il rapporto causa-effetto fra errore e correzione.
Durante lo svolgimento di un corso di apprendimento succede spesso di trovarsi di fronte ad un problema apparentemente insormontabile, di fronte a quella coda che non vuole proprio saperne di prendere il “verso giusto” e via di seguito a ripetere gli stessi gesti, le stesse correzioni sino ad ottenere spesso il risultato opposto.
Polsi fasciati con scotch da imballaggio, allievi costretti ad eseguire gli esercizi attaccati alla parete per mantenere il piano di lancio corretto e così via, con interventi che tendono a modificare gli schemi motori del lanciatore attraverso metodiche che definirei “passive” obbligati da un impedimento esterno e non attraverso la comprensione del gesto prima, rielaborandolo poi e riproponendolo alla fine con l’esecuzione pratica.
Quando ci si trova di fronte ad un problema tecnico, qualunque esso sia, dal più banale al più complesso, si deve sempre tenere presente che non esiste un solo modo per risolverlo, non c’è una sola via da percorrere, a volte basta una parola diversa detta al momento giusto, una similitudine azzeccata, un cambiamento di postura, spostare l’interesse dell’allievo su una cosa diversa per liberarne momentaneamente la mente, far eseguire lo stesso esercizio con un’altra attrezzatura che risponde in modo diverso e cento, mille altri modi o espedienti se preferite dettati a volte dall’esperienza, dalla fantasia, dall’intuizione: l’importante è non fossilizzarsi sui soliti schemi, senz’altro utili, anzi necessari come traccia ma che da soli non possono assolutamente far fronte a tutte le situazioni.
Generalmente l’orientamento didattico delle scuole di lancio si rivolge verso due diverse metodiche: globale e analitica. La prima è quella tradizionalmente più utilizzata perché apparentemente più semplice e immediata e consiste sinteticamente nel far eseguire l’intera dinamica del ciclo di lancio apportando di volta in volta le necessarie correzioni.
Il metodo analitico al contrario tende alla scomposizione del gesto motorio dividendolo nelle varie componenti che vengono proposte singolarmente per essere poi riunite in successione dinamica.
Difficile stabilire quale dei due sia il migliore, anche se quest’ultimo presenta notevoli vantaggi riuscendo a far concentrare l’allievo, volta per volta in una sola componente tecnica aumentandone notevolmente la capacità di apprendimento.
Da un punto di vista pratico però bisogna riconoscere che tale metodo presenta alcune difficoltà in quanto il lancio è un gesto che ha bisogno dell’intera sequenza per essere seguito per cui è più corretto parlare di orientamento analitico ponendo l’interesse in un solo aspetto piuttosto che nel lancio in generale non essendo possibile eseguire singolarmente le varie componenti dinamiche.
La finalità da raggiungere resta comunque la necessità di concentrare l’intervento tecnico in un aspetto in particolare evitando di sovraccaricare la mente dell’allievo con il controllo di più aspetti in successione.
APPRENDIMENTO DI BASE: UNA PORTA APERTA VERSO LE DIVERSE TECNICHE DI PESCA.
Come tutti sapete, e come è stato ripetuto sino alla nausea, la pesca a mosca comprende ormai un panorama di possibilità immense, possibilità che spesso necessitano di attrezzature molto diversificate e che prevedono quindi una particolare applicazione della tecnica di lancio.
E’ impensabile finalizzare l’insegnamento soprattutto a livello di impostazione di base al solo utilizzo di attrezzature leggere ad esempio escludendo a priori la possibilità di saper gestire anche canne e code di topo destinate a sistemi di pesca totalmente diversi.
E’ vero che con una 7’ per coda 2 si utilizzano gli stessi principi dinamici che con una 9’ per coda 10: si tratta sempre di una canna che flette con il peso della coda e restituisce questa energia attraverso il ripristino del suo stato iniziale, ma in questi due casi estremi cambiano notevolmente l’intensità delle spinte, la loro scansione temporale, le trazioni, le traiettorie ecc. per cui una impostazione rigidamente costruita in un senso penalizza sicuramente lo sviluppo generale della tecnica di lancio; ripeto, ho utilizzato come paragone due casi estremi, ma tra loro esiste una serie di situazioni intermedie, le più diffuse, che presentano esigenze diverse e che necessitano di presupposti di apertura senza i quali si incontrerebbero notevoli difficoltà.
In definitiva credo che il fine di una scuola sia quello di creare le basi tecniche per consentire a tutti di poter gestire all’occorrenza le diverse attrezzature…poi, sul fiume, ognuno potrà pescare nel modo e con le cose che gli consentiranno di ricevere le maggiori emozioni.